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Influenza K, quando non è più solo febbre: i campanelli d’allarme della polmonite

Questa nuova variante sta destando preoccupazione soprattutto per la frequenza crescente di polmoniti gravi

Questa nuova variante sta destando preoccupazione soprattutto per la frequenza crescente di polmoniti gravi che colpiscono non solo gli anziani ma anche i giovani e i bambini. Il rischio è particolarmente elevato per le persone con condizioni di salute fragili, come i malati cronici e le donne in gravidanza. La tempestiva identificazione dei segnali d’allarme e un intervento medico precoce rappresentano oggi le armi più efficaci per prevenire complicanze gravi.

La polmonite rappresenta una delle complicanze più temute dell’influenza, soprattutto quando il virus, come nel caso della variante K, riesce a coinvolgere direttamente il tessuto polmonare o apre la via a infezioni batteriche sovrapposte. Questa condizione può manifestarsi come polmonite virale o, più frequentemente nelle persone fragili, come una sovrainfezione batterica da pneumococco o altri batteri respiratori. La distinzione è cruciale perché la terapia differisce sostanzialmente: la polmonite batterica necessita di antibiotici mirati, mentre quella virale si gestisce con il supporto clinico e ossigenoterapia, se indicata.

Il profilo a rischio include gli over 65, i bambini piccoli, persone con malattie cardiovascolari o respiratorie, diabete, insufficienza renale o immunodepressione. In questi soggetti, anche sintomi lievi devono far scattare un immediato contatto con il medico per evitare un’evoluzione grave.

Le infezioni da variante K stanno causando un aumento di ricoveri per polmoniti anche tra i giovani, come evidenziato dal direttore delle Malattie infettive dell’ospedale San Martino di Genova, Matteo Bassetti, che segnala un incremento di casi con febbre alta persistente, spossatezza e dolori muscolari diffusi: “La difficoltà respiratoria, la tosse intensa e il dolore toracico sono campanelli d’allarme che non vanno sottovalutati”.

Segnali di allarme: quando l’influenza non è più solo febbre

Il primo indicatore di complicazione respiratoria è il respiro alterato. La comparsa di difficoltà a respirare, fiato corto anche a riposo, respiro rapido e superficiale, o una saturazione di ossigeno inferiore al 94% devono far scattare un’immediata valutazione medica.

La tosse, spesso inizialmente secca nell’influenza, può diventare produttiva con espettorato denso, giallo-verde o con tracce di sangue, accompagnata da dolore toracico o dorsale che peggiora con il respiro profondo o la tosse stessa. Un peggioramento progressivo della tosse dopo i primi giorni è un segnale che merita attenzione.

La febbre, nella forma influenzale semplice, tende a risolversi entro 3-5 giorni. Se invece persiste oltre il quinto giorno, ricompare dopo un iniziale miglioramento o si accompagna a brividi intensi e peggioramento generale, è necessario rivolgersi al medico.

Oltre ai sintomi respiratori e febbrili, bisogna considerare segnali sistemici come stanchezza marcata, confusione o sonnolenza soprattutto negli anziani, e ridotto apporto di liquidi che può portare a disidratazione. In molte persone anziane la polmonite può non manifestarsi con febbre evidente, per cui questi segnali sono doppiamente importanti.

Alla comparsa di questi sintomi il medico esegue una valutazione completa, con controllo dei parametri vitali, inclusa la saturazione di ossigeno, esami del sangue e radiografia del torace. Il riconoscimento precoce della polmonite consente di avviare rapidamente la terapia antibiotica se è batterica, o di monitorare attentamente il paziente in caso di polmonite virale o mista, con supporto respiratorio se necessario.

Nei casi di insufficienza respiratoria o per soggetti a rischio elevato, il ricovero ospedaliero diventa indispensabile, spesso con necessità di terapie intensive. L’intervento tempestivo riduce significativamente il rischio di complicanze e mortalità.

Parallelamente, l’uso della vaccinazione antinfluenzale rimane la strategia più efficace per prevenire forme gravi e limitare la circolazione virale. Pur con la comparsa della variante K, che presenta mutazioni genetiche in grado di eludere parzialmente la risposta immunitaria indotta dai vaccini, la vaccinazione resta fondamentale per mitigare la severità della malattia e le complicanze, come sottolineato dal virologo Fabrizio Pregliasco.

Influenza K: sintomi e gestione farmacologica

La variante K si caratterizza per una sintomatologia influenzale classica, ma spesso più intensa e prolungata. I sintomi includono febbre alta e persistente, brividi, dolori muscolari e articolari diffusi, mal di gola, tosse secca o produttiva, e disturbi gastrointestinali come nausea, vomito e diarrea, soprattutto nei bambini. La contagiosità può protrarsi fino a 10 giorni dall’esordio, richiedendo l’adozione di misure igieniche rigorose per limitare la diffusione.

Per alleviare i sintomi, è consigliato il riposo, una buona idratazione e l’assunzione di farmaci antipiretici e antidolorifici come paracetamolo e ibuprofene. Questi ultimi sono efficaci anche nel ridurre i dolori muscolari e il malessere generale. In presenza di congestione nasale, si possono utilizzare decongestionanti con cautela, evitando l’abuso per non incorrere in effetti rebound. Per la tosse persistente, i farmaci soppressori o espettoranti possono offrire sollievo, sempre sotto consiglio medico.

È importante evitare l’uso indiscriminato di antibiotici, che sono inefficaci contro i virus e vanno prescritti solo in caso di sovrainfezioni batteriche confermate.

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ultimo aggiornamento: 19 Gennaio 2026 12:57

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